Come l’intelligenza artificiale sta rivoluzionando il ruolo delle Risorse Umane

Di | 26 ottobre 2018

Durante il Business Transformation Summit, Jeanne Meister ha condotto un interessante intervento su come la tecnologia svolga un ruolo importante per l’employee experience. In questo articolo, riflettiamo sui messaggi chiave della sua presentazione.

Quando si tratta di business, come mai la maggior parte delle nostre energie e risorse vengono impiegate per compiacere il cliente ma relativamente poche servono a gratificare il dipendente?

jeanne meister

Questa è la domanda che Jeanne Meister si è posta a inizio intervento, ed è tutt’altro che insignificante. Le aziende spendono milioni ogni anno assumendo personale in sostituzione a quei talenti che, per diverse ragioni, hanno lasciato l’azienda. Talenti che, con le giuste motivazioni, sarebbero potuti rimanere ed essere un vero vantaggio per l’azienda.

Durante il suo speech dedicato all’employee experience, Jeanne sostiene l’importanza delle emozioni positive, le quali dovrebbero essere al centro di qualsiasi esperienza per i dipendenti.

Afferma Jeanne:

L’ultima migliore esperienza che noi tutti abbiamo vissuto diventa l’aspettativa minima per le esperienze che vogliamo vivere in futuro

Quindi, per attrarre e mantenere i talenti, dobbiamo concentrarci sulla creazione di un’esperienza positiva per i nostri dipendenti… allo stesso modo in cui creiamo un’esperienza positiva per i nostri clienti. Lo stesso vale per il processo di assunzione.

A brave new world

L‘Intelligenza Artificiale (AI) sta già cambiando il modo in cui reclutiamo e sviluppiamo il talento nelle nostre organizzazioni. Non tutti potrebbero esserne a conoscenza perché, secondo la ricerca di Future Workplace, solo il 6% delle funzioni HR attualmente utilizza l’AI per facilitare il processo di recruiting. Ciò è dovuto principalmente al fatto che la maggior parte dei manager non ne comprende ancora i vantaggi, rimanendo in una posizione di riluttanza verso questo genere di investimento.

recruiting

Una preoccupazione comune che circonda l’intelligenza artificiale riguarda il pensiero che essa possa diventare così sofisticata e avanzata da finire per sostituire l’essere umano, con conseguente perdita di innumerevoli posti di lavoro. Questo pensiero, però, non coglie il punto centrale del tema. L’AI è progettata, infatti, per aumentare i lavori esistenti, non sostituirli interamente.

L’Intelligenza Artificiale è attualmente utilizzata per assistere i professionisti HR nel processo di selezione e gestione della talent mobility, oltre a servire per rendere l’attività di L&D più personalizzata. L’obiettivo è quello di “umanizzare” maggiormente i sistemi HR e facilitare la condivisione e l’accesso alle informazioni, laddove gli approcci tradizionali tendono ad essere meno affabili.

Ad esempio, spesso chi è alla ricerca di lavoro e invia molte candidature, il più delle volte riceve una risposta vaga automatica….oppure non la riceve affatto. L’AI potrebbe aiutare a informare un candidato in modo più preciso e personalizzato, creando così un’esperienza migliore.

L’aspetto positivo, in questo caso, è che una risposta personalizzabile non richiederebbe una interazione umana, quindi non sottrarrebbe tempo o soldi, a parte l’investimento iniziale nel software di intelligenza artificiale.

Usare l’intelligenza artificiale per la talent mobility

IBM è una nota azienda IT, rispettata in tutto il settore. Si tratta anche di una organizzazione innovativa che ha svolto un ruolo importante nella storia dello sviluppo dei computer. Tuttavia, con l’arrivo di grandi aziende tecnologiche come Facebook e Google, ha un po’ perso la propria identità di pionieri della tecnologia. Poiché la maggior parte dei dipendenti di IBM è composta da ingegneri informatici, trattenere questo talento in azienda è diventato un problema reale. Fino a poco tempo fa.

IBM si era resa conto che doveva fare qualcosa di drastico per impedire ai suoi migliori talenti di trasferirsi in altre società più “glamour”. Così ha sviluppato “Proactive Retention“, un programma guidato dall’AI che analizza i dati dei dipendenti su aspetti quali posizione, titolo e stipendio, insieme a informazioni sulla storia delle promozioni e sui rapporti con la direzione. Questa analisi ha lo scopo di individuare qualsiasi talento che, secondo l’algoritmo, potrebbe voler cambiare azienda. Ciò consente ai manager di intervenire e andare incontro alle esigenze e necessità del singolo dipendente.

L’ispirazione che ha portato alla nascita di questa iniziativa è nata da LinkedIn, che spesso conosce meglio i dipendenti di un’azienda che il management dell’azienda stessa. Se ci si riflette su, LinkedIn possiede tantissimi dati sulla storia personale degli individui e su ciò che desiderano e apprezzano. Anche il management, quindi, può riuscire a conoscere meglio i propri dipendenti, semplicemente accedendo a queste preziose informazioni.

Meet the bot

L’intelligenza artificiale viene anche utilizzata per la ricerca, lo screening e l‘intervista di potenziali dipendenti.

I recruiter degli hotel Hilton ricevono ogni giorno migliaia di richieste da persone desiderose di lavorare per l’azienda. Questo naturalmente richiedeva un lungo lavoro da parte del personale HR che, prima dell’introduzione dell’AI nel processo, impiegava fino a 6 settimane per condurre il futuro dipendente dalla candidatura all’assunzione.

chatbot

Oggi Hilton utilizza l’intelligenza artificiale per intervistare i candidati nella fase iniziale del recruiting. Un sofisticato chatbot risponde a tutte le domande di un candidato e arriva persino a intervistarlo tramite video, in quanto programmato per individuare proprio le risposte che i reclutatori cercano. I chatbot riescono addirittura a rilevare il livello di entusiasmo dei candidati!

Una volta completato questo processo, il software AI seleziona le persone più adatte e presenta i dati ai rercuiter che subentreranno nelle fasi successive.

Si potrebbe pensare che l’intelligenza artificiale, essendo un robot senza intuizione umana, non riesca a selezionare i candidati giusti. Tuttavia, l’AI è spesso più brava nell’individuare una vasta gamma di candidati diversi tra loro ma con le caratteristiche giuste che spesso ai reclutatori sfuggono. Può accadere, infatti, che i recruiter manchino di notare alcuni sottili elementi, non abbiano il tempo di leggere i CV in profondità oppure siano inconsciamente condizionati da fattori esterni.

Anche i candidati sembrano apprezzare questa tipologia di iter, poiché sanno di ricevere un giudizio imparziale, di essere sempre aggiornati sul loro andamento e non perdono più tempo a chiedersi se hanno avuto successo o meno.

Dall’introduzione dell’AI, le tempistiche di recruiting presso gli hotel Hilton si è ridotto di uno sbalorditivo 85% e ora richiede solo una settimana.

La strada da percorrere

La ricerca di McKinsey mostra che in circa il 60% dei posti di lavoro, il 30% di ciò che i dipendenti fanno può essere automatizzato. Questo non vuol significare però che il 30% delle persone non sarà più necessario. Significa, invece, che le persone hanno il 30% di tempo in più per fare un lavoro più importante in modo più produttivo. Il vantaggio è per tutti.

In definitiva, l’intelligenza artificiale migliora l’iter di selezione nonché l’employee experience, in quanto può facilmente evidenziare aspirazioni e preoccupazioni, consentendo ai responsabili di intraprendere le azioni necessarie.

E IBM? A quattro anni dal lancio della “Proactive Retention” ha risparmiato circa 130 milioni di dollari in costi di assunzione, solamente attraverso il mantenimento e la mobilità dei loro migliori talenti.

La cosa davvero interessante? Attualmente nel mondo solo il 6% delle organizzazioni impiega l’intelligenza artificiale. Adottandola adesso, la tua organizzazione diventerebbe un pioniere del settore.

Da dove iniziare?

Si potrebbe iniziare ponendoci queste domande: quali problemi vogliamo risolvere con l’intelligenza artificiale? Come impiegarla? Chi coinvolgere?

Decidiamo poi quali attività testare e sviluppare, poi misuriamo i risultati per vedere se funziona.

Come Erik Brynjolfsson e Andrew McAfee hanno scritto per Harvard Business Review:

Nel prossimo decennio, l’AI non sostituirà i manager. Ma quei manager che usano l’intelligenza artificiale sostituiranno quelli che non lo fanno.

 


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