La tua postazione di lavoro futura? Ovunque tu voglia

Di | 26 maggio 2021

Benvenuto a Las Palmas. Hai viaggio e alloggio per sei mesi pagati e connessione internet garantita per lavorare a distanza. Niente male, eh? È una campagna realmente lanciata dalle Isole Canarie per attirare a sé persone – e quindi ricchezza – facendo leva sulle nuove abitudini di lavoro che la pandemia ha vertiginosamente accelerato.

È anche un’interpretazione estensiva di quel Southworking nato in terra di Sicilia su iniziativa di una no-profit e che ha visto persone originarie delle regioni del Sud Italia farvi ritorno per trascorrervi il lockdown, pur continuando a prestare servizio per i propri datori di lavoro situati altrove. Senza il benché minimo calo di produttività e con un’impennata, anzi, della qualità della loro vita. Come dire: oggi si può lavorare stando davvero ovunque, anche in un borgo di montagna che ha deciso di investire sul digitale e sulla promozione del territorio.

Un nuovo abitare

Ma cosa c’è alla base di queste scelte? La ricerca di quella vivibilità che la segregazione ci ha fatto vedere con nuovi occhi. Vivevamo in grandi città e in appartamenti minimal, in cui andavamo di fatto quasi solo a dormire. Ma quando ci siamo trovati rinchiusi in quelle città e in quegli appartamenti abbiamo iniziato a renderci conto di quanto ci mancasse il verde e di quanto avessimo in realtà bisogno di più spazio.

Per fare esercizio fisico, per la DAD dei bambini, per coltivare un hobby, ma anche e soprattutto per lavorare non necessariamente tra pentole e giocattoli, su sedie tanto belle quanto scomode, per un’intera giornata. Ne sono prova i i sondaggi recentemente lanciati nel settore immobiliare che raccontano del desiderio emerso di cambiare casa, di avere un grande terrazzo, di spostarsi in quartieri verdi fuori città. Ma anche di rinnovare i propri appartamenti per renderli più funzionali, magari sulla falsariga di Posthome, la residenza universitaria prototipo del nuovo abitare, lanciata da uno studio di design e dall’università di Milano.

Le città da “15 minuti”

Alla fame di nuovi spazi si è poi affiancata la riscoperta dei quartieri: il mini-market di prossimità, il giardinetto a portata di mano, la chiacchiera – con mascherina e distanziamento – con persone di cui prima si ignorava persino l’esistenza. Al punto che la Sorbona di Parigi in pieno lockdown da prima ondata ha teorizzato, per voce del suo direttore scientifico Carlos Moreno, la “città da 15 minuti” in cui tutti i servizi devono essere a disposizione dei cittadini a massimo 15 minuti a piedi o in bicicletta da casa: palestra, scuola, supermercato, così come quegli spazi di co-working destinati a diventare parte integrante degli uffici del futuro.

Superfluo sottolineare come gli impatti di un modello di questo tipo sarebbero enormi: qualità della vita, benefici per l’ambiente, rilancio delle periferie, riscoperta di relazioni più personali. Il sindaco di Parigi ne ha fatto il perno della propria campagna elettorale. Roma e Milano pare stiano seguendo la scia: benissimo, ma ci vorrà un po’.

Tanto vale, nel frattempo, approfittare dell’offerta delle Canarie…


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